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Apr052018

Pescara e l’Abruzzo: le difficili armonie.

Abruzzo

Nell’immaginario collettivo l’Abruzzo è una regione dell’Italia profonda, primigenia, ancestrale, forse perché la percepiamo definitivamente ancorata alla sua vocazione pastorale, al mito della transumanza, che racconta come nella vita degli uomini migrazione e nomadismo leghino sempre il sogno di raggiungere terre lontane al bisogno assoluto del ritorno.

 

La transumanza sempre e soltanto migrazione del cuore, come sapevano bene i pastori di D’Annunzio “che vanno pel tratturo antico al piano, quasi per un erbal fiume silente, su le vestigia degli antichi padri”. Naturalmente parliamo di un mondo che non c’è più o quasi, e tuttavia è facile rendersi conto che proprio quelle antiche tradizioni hanno segnato il carattere insulare dell’Abruzzo, la capacità della sua gente di mantenere una forte identità senza bisogno di alzare barriere. Le sue popolazioni hanno scelto accuratamente di valle in valle i luoghi in cui vivere o, come diceva Guido Piovene “i villaggi in cui asserragliarsi” in un territorio ricco di colline e montagne che non concedono tregua al paesaggio e lo rendono però oggetto di continua, meravigliata esplorazione.

 

Pescara, di questo Abruzzo delle piccole patrie disseminate tra i monti, sembra essere l’antitesi perfetta, con la sua modernità ostentata, la sua capacità agglomerativa, la sua ambizione di proporsi come l’area metropolitana che con le sue industrie e il suo porto mercantile dà sbocco e respiro all’intera regione. In realtà Pescara ha corso molto, forse troppo, alla ricerca di un modello di crescita di cui ora si scoprono i limiti. Da un po’ di tempo si è fermata a riflettere, a cercare un raccordo più forte con sé stessa e il suo entroterra. Più che espandersi ora cerca di riempire i molti vuoti che hanno lasciato le addizioni successive di edilizia non proprio esemplare, Pescara cerca di trovare un equilibrio interiore che non può che essere in armonia con il territorio, la sua storia, le sue vocazioni profonde, senza subire le sue arretratezze e valorizzando invece le sue specificità, specificità che per chi ha occhi per vedere sono finalmente diventate moderne.